Russia in moto – ep. 4: il passaggio del confine russo

Gianluca Salina

Episodio 4 del viaggio in Russia in moto fatto nell’estate 2023. Arriviamo finalmente alla “temuta” frontiera tra Estonia e Russia, con i controlli, le incomprensioni, il passaggio del confine, la prima notte nella Federazione ma anche il primo danno, che si rivelerà irreparabile.

Arriviamo da qui, Russia in moto 2023 – ep. 3: Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia. E' mattino, suona la sveglia. Meno male, perché significa che siamo sopravvissuti ai terribili mosquito mannari di cui ci aveva parlato Dmitry ieri sera. Dopo un'altra colazione "selvatica" esco in esplorazione, mentre Ale, che non ha capito ancora perfettamente come funzionano le coperte del letto, con un occhio chiuso e l'altro pure decide di testarle ancora per qualche minuto.

Il meteo non è stellare, ma non piove ed anzi, a tratti sbuca un piacevole sole. I raggi si insinuano in quella che è una vera e propria foresta di conifere in cui sono immersi i bungalow. I vialetti sono ricoperti di aghi di pino al punto che questi costituiscono un soffice pavimento su cui camminare. La tentazione è di buttarsi per terra e vedere quanto ammortizzano l'urto, ma rimando il crash test ad un'altra occasione.

Ad ogni passo cresce l'idea che, di lì a poco, possa spuntare un elfo o qualche altra creatura leggende norrene. Nella realtà l'unica cosa che si palesa è una piccola costruzione. Una sauna? No, ma è altrettanto interessante, visto che al suo interno c'è un braciere per la cottura del cibo. Avere qualcosa da grigliarci sopra sarebbe una manna… ma non ce l'ho. Pazienza.

Il silenzio è totale, rotto solo dalle voci degli animali e da un lento sciacquio. Sono vicino al lago. Lo vedo attraverso foglie e rami, seguo il sentiero e sono sulla riva. Il Pullijarve è uno specchio d'acqua di 250 per 500 metri. Ce ne sono a centinaia da queste parti ma, sarà il cielo nel frattempo diventato per buona parte azzurro, sarà l'atmosfera che c'è intorno, fatto sta che restituisce un forte senso di pace. Nel frattempo il clima migliora ed il sole si sta facendo largo alla grande.

Torno alla base e trovo già Ale operativa. Pulisco il casco, di un lercio inverecondo proprio a causa dei mosquito e, una volta imbustato ed impacchettato tutto, "inforco" gli stivali ed esco per procedere al carico. Delle varie abitudini che ci sono al Nord, una che mi piace parecchio è quella che prevede ci si tolga le scarpe per entrare in casa, che si vada da amici o da sconosciuti. Detto, fatto. Lasciamo, come da istruzioni, le chiavi nella toppa, ci assicuriamo che tutto sia sigillato (sempre i mosquito, ricordate?) e ce ne andiamo.

Uscendo salutiamo da lontano il titolare del camping, alle prese con una motosega e dei tronchi da vivisezionare. La prima tappa sarà il supermercato che c'è poco più avanti, a Misso. La direzione è già quella corretta, visto che una dozzina di km più avanti ci sono i checkpoint della frontiera estone-russa. Arriviamo al market e… (parziale) sorpresa. E' una Coop. Ma come? Fin quassù? Sì, ma non c'entra nulla con la catena nostrana.

Ne approfittiamo per scrutare i prodotti in vendita e, nel frattempo, catturiamo il cibo che dovrà sfamarci per tutto il giorno. I prezzi della maggior parte dei generi sono simili a quelli che si trovano in Italia. Pagamento con carta di credito e tutti fuori. A dettare il ritmo della giornata sarà la prenotazione del passaggio alla frontiera estone, schedulata per le 14.30.

Questo fa sì che ce la si possa prendere ragionevolmente comoda. Pranzo in relax nel parcheggio del market con, saltuariamente, qualche avventore che ci osserva, chiedendosi cosa spinga due Italiani a varcare, in moto, quella famigerata frontiera che si trova 10 km più avanti. Non corre buon sangue, almeno tra una parte di Estoni ed i Russi, con i primi che non si danno troppa pena di nasconderlo. Noi però non apparteniamo a nessuna delle due fazioni e come tali veniamo considerati.

Al confine di Luhamaa c'è una sorta di pre-checkpoint nel piazzale a bordo strada. Arrivo davanti alla sbarra, mi fermo, parlo alla funzionaria che c'è lì e, sorpresa, non conosce l'inglese. Gli mostro il telefono con la prenotazione effettuata online e mi fa in qualche modo capire che devo andare direttamente al posto di controllo. Mi sento come se, giocando a Monopoli, avessi pescato la carta delle probabilità che mi manda direttamente al via. 

Niente ventimila lire comunque, pazienza. Giro la moto, torno sulla strada principale e mi metto in coda. Siamo in anticipo sull'orario prenotato. Due le file di auto attive. Nella prima c'è soltanto una Range Rover con targa russa, nella seconda una Lada con targa ucraina. Un poliziotto della frontiera estone indica di mettersi dietro a quest'ultima ed eseguo. Mentre cullo il sogno di sbrigarmela in tempo quasi zero, mi fermo un attimo a considerare che c'è un solo checkpoint operativo.

Perché mai allora ci sarebbero due file, praticamente deserte? La spiegazione di questo (e di molto altro) non ce l'ho ancora adesso. Intanto arrivano altre auto alla spicciolata, tra le quali una con targa estone da cui scende un uomo sui 35 anni che mi dice "Italia? A long long trip!". Iniziamo a parlare. E' un russo che vive in Estonia, motociclista anche lui. Ci scambiamo un po' di esperienze di viaggio e mi racconta di essere stato, con la sua Africa Twin, nel Caucaso e di avere in mente l'Islanda. Quando gli dico che ci sono stato due anni fa, gli si illuminano gli occhi e, in un buon inglese, mi esorta a raccontargli tutto di quell'esperienza.

Nel frattempo passa la Range, quindi la Lada, che ha targa ucraina e, per questo, viene fatta parcheggiare in una zona specifica del posto di controllo, dove sarà oggetto di una verifica molto approfondita, quindi tocca a noi. Prima Alessandra, richiesta documenti, due domande al volo e via. Stessa cosa per me. Carta d'identità (siamo in UE), scartoffie della moto, domande di rito sul cosa si va a fare in Russia e via libera. Ma veramente? Sì, il successivo checkpoint è un semplice cancello che si apre al nostro passaggio, ultimo avamposto estone.

E' passata circa un'ora. Siamo quindi in Russia? Tecnicamente sì ma, visto che dobbiamo ancora passare i controlli dall'altro lato del confine, non è ancora tempo di gioire. Mi metto nuovamente in fila. Anche in questa occasione ci sono poche auto davanti a noi, sei o sette, ma lo scenario è un po' differente. Ci sono infatti altre vetture parcheggiate a lato, cosa di cui non capisco il motivo.

Ogni tanto si sente il rumore di accensione del motore di qualche camion, con un paio di essi che stancamente si avviano, uno alle verifiche verso l'entroterra della Russia e l'altro in direzione dell'Estonia. Scorrono i minuti, le decine di minuti ed arriva anche il russo conosciuto poco prima. Continuiamo a parlare e mi spiega che la guerra non ha avuto impatto sui tempi di attraversamento, che sono rimasti gli stessi di prima. Si unisce al discorso un camionista, anch'egli appena arrivato.

I mezzi pesanti hanno tempistiche e modalità di controllo ovviamente differenti dalle auto. L'uomo, sulla cinquantina, è un ucraino che lavora per una ditta di trasporti estone. Confesso di essere rimasto un po' spiazzato nel vedere un russo ed un ucraino conversare normalmente, nonostante quello che sta accadendo 1500 km più a sud tra le loro nazioni. Mi renderò poi conto, sia parlando con loro che dialogando con altre persone durante il viaggio, di come le persone comuni non percepiscano la cosa come una guerra di popoli, quanto piuttosto una questione politica, con inedite ed a volte insospettabili sfaccettature, almeno per noi europei occidentali.

La macchina ferma al checkpoint ha porte e bagagliaio aperti, le valigie e gli effetti degli occupanti sono a terra, ma non si muove nulla. Lo sguardo va al resto del contesto: una aiuola, la bandiera, funzionari che vanno e vengono dai gabbiotti prefabbricati dove vengono effettuate le verifiche dei documenti. Siamo in Russia, ma potremmo essere in qualunque altra parte d'Europa.

Tempo zero ed il focus torna sulla coda. Le poche auto davanti a noi continuano a far pensare ad una attesa non troppo lunga, ma non ci illudiamo. Inganniamo il tempo sgranocchiando qualcosa. Calma piatta all'orizzonte, mentre il cielo si fa minacciosamente plumbeo (o plumbeamente minaccioso? Mah, fate voi …), quando una doganiera in tailleur verde scuro viene verso di noi indicandoci e dicendo qualcosa in russo. Ovviamente non capiamo e ci avviciniamo a piedi. Fa segno di parcheggiare la moto negli stalli a lato.

Il buon Dmitry aveva detto che sarebbe stato un problema quando, a precisa domanda, gli avevamo detto di non conoscere la lingua. Però, però… come certamente tutti gli altri motoviaggiatori, abbiamo l'asso nella manica, anzi, nella mano… lo smartphone. Con Google Translate non si potrà magari discutere una tesi di laurea in terra straniera, ma è sufficiente per capire e farsi capire. Così, sfruttiamo la rete estone che ha ancora copertura e ci prepariamo a sostenere la prima (si fa per dire) conversazione in russo.

Lascio la moto dove mi è stato indicato e, insieme ad Ale, torno dalla doganiera. Il tentativo di chiederle se parlasse inglese lo devo fare e lo faccio, ma la risposta, "Niet", non ha bisogno di traduzioni. Ricorriamo così alla tecnologia, che ci aiuta a scoprire di dover dare a questa persona i passaporti, per poi recarci nell'edificio principale del complesso. Eseguiamo e, mentre ci avviamo, vedo una macchina ferma in un'area isolata dal resto, con tutti i bagagli a terra e con quelli che dovevano essere gli occupanti intenti a parlare con due funzionari.

Il primo ha in mano una fotocamera digitale e sta fotografando gli interni dell'auto, mentre l'altro ha un bastone telescopico con uno specchietto in cima che usa per guardare sotto la vettura. Prima di entrare nell'edificio vediamo gente che sta arrivando, con valigie al seguito, dall'Estonia. Sono le persone che passano il confine a piedi, arrivando in bus o tramite passaggi da conoscenti, per poi scarpinare lungo la strada che divide i due checkpoint.

Una volta riavuto il passaporto vidimato, proseguiranno al controllo dei bagagli, che avviene tramite body scanner e nastro trasportatore, esattamente come quando ci si imbarca in aeroporto. Nel mentre noi entriamo e troviamo una quindicina di persone che attendono. Se gli adulti sono più incuriositi dal nostro parlare italiano, i tre bambini presenti sono attratti dal nostro abbigliamento da moto. Probabilmente, nella loro immaginazione (sono abbastanza piccoli), dobbiamo esser sembrati loro degli animali strani e, tutto sommato, mi sento di dar loro ragione!!

Il tempo scorre, con qualcuno che viene chiamato e se ne va, altri che arrivano ma, non essendoci una vera e propria coda, è difficile capire a che punto siamo dell'attesa. Questo fino a quando una signora che era lì con noi indica un funzionario che sbuca per metà da una porta. Ci aspettavamo di essere chiamati per cognome ed invece no. Si stava rivolgendo a noi dicendo qualcosa di molto simile a "Italianze" che, manco a dirlo, non cogliamo. Con il senno di poi capiremo che ci ha semplicemente chiamati "Italiani" in russo.

Riprendiamo i passaporti, ringraziamo la signora, che scopriamo sapere un po' della nostra linga e ritorniamo alla moto. In quel momento, il proprietario della vettura che prima era davanti a noi viene esortato a mettersi in una nuova fila. Lì capisco il meccanismo (meglio tardi che mai, direte voi): si arriva dal confine estone, ci si mette in coda, quando è il proprio turno si parcheggia il mezzo a lato, si consegnano i passaporti al personale di frontiera, si attende la vidimazione, si riprende il veicolo e si va nella coda che porta al controllo vero e proprio. Arzigogolato? Forse un po', ma funziona così.

Non resta quindi che attendere la chiamata per tornare in fila. Nell'attesa, lo sguardo corre ancora nell'area dove avevamo visto l'auto svuotata di bagagli e con le autorità che controllavano interni ecc. La cosa si fa ancora più seria, dal momento che fanno togliere la ruota di scorta e smontare i vari pannelli e vani portaoggetti presenti nell'abitacolo. La questione sicurezza è ovviamente il motivo di tutto ciò, ma la cosa assume il suo vero significato quando mi soffermo sulla targa. E' ucraina e, specie in un momento in cui dei droni attivati all'interno del territorio russo stanno colpendo Mosca, la misura ha effettivamente un suo senso.

E' ormai tardo pomeriggio e si materializza l'evidenza che difficilmente riusciremo a seguire la roadmap, che prevedeva l'arrivo a San Pietroburgo in serata. L'idea era poi di spendere parte della mattina seguente nella ricerca delle SIM e di una banca dove cambiare della valuta, ma bisogna modificare i piani. Dobbiamo trovare un pernotto lungo la strada. A separarci dall'ex-capitale imperiale russa ci sono circa 360 km e 5 ore di viaggio.

Ok, ma… dove prenotiamo? A 100, 150 o 200 km da dove ci troviamo adesso? Boh… dipende dall'orario di uscita dal confine. Decidiamo di rimandare il tutto a quando ci spediranno fuori, ma, per correttezza, avvertiamo Evgenia, l'host di S. Pietroburgo, che ci vedremo soltanto domani. Gli ucraini di prima, dopo una verifica fatta con un cane probabilmente addestrato a individuare la presenza di esplosivi), ricevono l'ok a ricomporre il tutto. Le cose si muovono però anche per noi.

Arriva la chiamata per il controllo finale. Sì, ma non è una cosa rapida, perché l'attesa prosegue, solo più vicino alla meta. Inganniamo l'attesa conversando con una famiglia composta da marito, moglie e figlia adolescente che viaggiano in auto. Sono russi, arrivano da Alicante, in Spagna, dove vivono, e stanno tornando in patria per andare a trovare i loro parenti. Ci raccontano che amano l'Italia per l'allegria delle persone, il clima, la bellezza delle città ed il buon cibo. I luoghi comuni sull'essere burberi da parte dei russi stanno cadendo uno ad uno.

Non manca un (quasi inevitabile) accenno alla situazione attuale, in cui ci viene detto che, nonostante le sanzioni, non nutrono astio nei nostri confronti. Per loro è e resta una questione tra governi e, per questo, a loro modo di vedere, il giudizio sulle popolazioni degli stati che stanno imponendo loro restrizioni non ne viene macchiato. Italiani ed europei in generale sono molto ben visti dai russi, ci spiegano, perché sostanzialmente siamo tutti europei. Interessante penso, e provo a prefigurarmi la nostra reazione a parti invertite… realizzando che sarebbe moooolto diversa. 

Si mette a piovere ma, per fortuna, siamo sotto alla copertura del checkpoint e non c'è nessun altro motociclista in attesa e quindi a rischio doccia. Guardo il cielo ed è nero pece in direzione Russia, mentre in direzione Estonia è decisamente meglio. Le nuvole dove vanno? Verso la Russia, ovviamente, anche se accompagnate da un arcobaleno. Arriva finalmente il nostro turno e, trullo trullo, parcheggio la moto dove mi indicano. Lì, un'altra funzionaria di frontiera ci chiede non si sa bene cosa e, nuovamente, non capiamo. Non parla inglese nemmeno lei e si va quindi di Google Translate. Eureka! Le serve il modulo compilato del permesso di soggiorno. Nessun prob… un momento. Quale sarebbe, questo modulo?

Si spazientisce e se ne va, lasciandoci lì come i norvegesi fanno con gli stoccafissi ad essiccare. La famiglia russa di poco fa nota la scena e si offre di aiutarci. Quando riappare la funzionaria discutono per un paio di minuti e poi, la figlia di questo signore, in un inglese perfetto, ci dice che serve un modulo che avrebbero dovuto darci in precedenza. Capisco che c'è stato un piccolo corto circuito, dal momento che l'ok sul passaporto, senza quel foglio di carta compilato e timbrato, non ci sarebbe dovuto essere.

Dobbiamo così compilare il foglietto, tornare nell'edificio principale, attenderne la vidimazione e ripresentarci lì, perché la nostra condizione del momento è pittoresca. Abbiamo infatti l'ok sul passaporto per entrare in Russia, ma siamo senza permesso di soggiorno. La mente va a Tom Hanks ed al suo personaggio Viktor, protagonista del film The Terminal. Mentre Ale inizia a dare segni di insofferenza facciamo ritorno al checkpoint con il nostro meraviglioso modulo compilato e dove, la poliziotta di frontiera di prima, sempre più scocciata, scrolla la testa, dice un paio di "niet" a cui seguono parole ancora una volta incomprensibili.

Scopriamo, sempre grazie ai nostri nuovi amici che ci fanno da interfaccia, che dall'ufficio da dove proveniamo avrebbero dovuto anche darci un talloncino verde per la moto con, segnato sopra, il numero di occupanti. Inizio a provare a spiegare ai miei "interpreti" che non so di cosa si stia parlando, ma la doganiera va di nuovo via. Stoccafisso norvegese volume 2. Intanto la famiglia russa ha finito il suo iter. E' tempo di salutare e ringraziarli dell'aiuto. Da qui in poi ci affideremo nuovamente e solo a Translate.

Brandendo lo smartphone mi dirigo al gabbiotto dove c'è il personale addetto ai controlli e trovo un'altra persona ancora. Una signora, vicina alla quarantina, dai modi estremamente gentili, ascolta il messaggio proveniente dal mio cellulare, con il quale spiego l'iter seguito fino a quel momento. Comprende e, in un inglese più che comprensibile, mi dice di non preoccuparmi e che ci avrebbe aiutato lei a risolvere il tutto in breve tempo. Il comportamento di questa persona mi convince del fatto che ognuno di loro l'inglese lo conosce ma, molto probabilmente per questioni di intelligence/sicurezza, non lo parla e dice di non saperlo.

Nel tempo di queste elucubrazioni, l'impiegata fa un paio di telefonate, verifica i documenti nostri e della moto, mi chiede da dove arriviamo, dove andremo, le varie tappe del viaggio e, dopo poco, mi fa cenno di tornare alla moto per la verifica dei bagagli. Dobbiamo svuotare tutto. Le due laterali, la borsa serbatoio, il bauletto, l'altra borsa e così via. Apriamo i contenitori interni e mostriamo il contenuto. Ci viene chiesto se abbiamo droni con noi, mostriamo il PC, la macchina fotografica e tutto il resto. Niente da dichiarare dunque. Siamo finalmente abili ed arruolati a solcare le strade russe.

Mentre Ale ricompone i bagagli con la bravura di un consumato giocatore di Tetris vedo che l'orologio della moto segna le 21. Non c'è altro da fare se non trovare, per la notte, una sistemazione a Pskov. E' la prima città di una certa dimensione dopo la frontiera di Shumilkino in cui ci troviamo e da dove dista circa 60 km. Cerco, trovo e prenoto un albergo in città ed imposto il Tomtom.

Piove a dirotto, ergo ci dobbiamo "bardare" con le antipioggia sfruttando il fatto di essere ancora al coperto. Salutiamo e ringraziamo ancora una volta la nostra salvatrice e partiamo. Finita, quasi non ci crediamo. Ed infatti non dobbiamo crederci. Qualche centinaio di metri più avanti c'è una garitta con un militare dentro e, subito dopo, una sbarra, ovviamente abbassata, dietro alla quale due auto in fila attendono di passare. La faccenda in questo caso è abbastanza rapida ed in un quarto d'ora passiamo anche quel controllo. Direzione Pskov dunque. Sono le 21.30 e l'attraversamento tra Estonia e Russia è durato 7 ore mezzo.

La A-212 (E77) verso Pskov scorre in mezzo alla stessa foresta di conifere che ci aveva accompagnato al confine. La pioggia è discretamente fitta, ma c'è buona visibilità perché la strada è rettilinea. Sto viaggiando a 70 all'ora e, di lì a qualche minuto scorgo, in lontananza, due persone a bordo strada, senza che ci siano altri veicoli nei dintorni. Non realizzo che sono militari fino a quando non identifico la forma del fucile che tengono a fianco e metto a fuoco il colore verde della loro mimetica.

Il tempo di pensare che due militari sperduti nel nulla non possono essere altro se non un nuovo checkpoint ed inizia a materializzarsi, a mezza altezza davanti a me, una linea. Prima filiforme, poi più marcata… é una diamine di sbarra, accidenti! Molto sottile e che si mimetizza alla perfezione con l'ambiente circostante. Mi aggrappo ai freni chiedendomi se, nel caso non riuscissi a frenare, cosa succederebbe prima tra lo sfracellarsi sulla sbarra o l'essere cecchinato dai militari.

La mia domanda resterà per fortuna senza risposta, visto che la moto si arresta a mezzo metro dalla sbarra, senza neppure aver ribaltato Ale in avanti modello ponte levatoio. Altro controllo. Favorisco i documenti ad uno dei due, mentre l'altro fa il giro della moto, legge la targa e ci dice, stupito: "Italiaaa? Wow… bravo!!!" Il secondo mi restituisce i documenti e mi saluta con un "Drive safely".

Ringrazio, saluto e riparto, ridendo come uno scemo al pensiero di essere in Russia da 5 minuti ed aver già rischiato di accartocciarmi. Nel dubbio che ci possano essere altre sbarre mimetico-assassine, procedo scrutando sospettosamente l'orizzonte alla ricerca di ogni minimo segnale di oggetto ostile. Solo nel momento in cui entriamo in un villaggio e capisco che non ci saranno altri checkpoint. E' fatta!

La strada, salvo due mezze curve, è un rettilineo dalla frontiera a Pskov ed i 110 km/h di limite (sì, è una statale, ma loro sono abituati così!!!), rendono l'avvicinamento alla meta decisamente rapido. Il Tomtom ci "scarica" di fronte all'hotel che abbiamo prenotato. E' un onesto 3 stelle nel centro della città, prezzo 3900 rubli (circa 39 Euro al cambio). El ritual prevede azucar, limon, y… ehm no… prevede che prima ci si presenti in reception e poi si torni a prendere le masserizie.

Anche in questo caso inglese zero, ma la sfanghiamo grazie al Wi-Fi ed all'ormai fido Translate. E' infatti troppo tardi per trovare un negozio di telefonia aperto, anche se in seguito ci spiegheranno che alcuni di essi chiudono alle 22 (comunque già passate). Siamo anche oltre l'orario di apertura delle banche che, udite-udite, hanno sportelli operativi anche loro fino alle 22 dal lunedì al sabato e con orari ridotti la domenica. Rimaniamo così d'accordo con la reception che la mattina dopo andremo a cercare una banca per saldare il conto perché, ovviamente, le carte di credito occidentali non funzionano.

Fuori piove a secchiate. Parcheggio la moto nel cortile interno, con Ale prendo i bagagli e, appena arrivati al chiuso, il Tomtom compie un gesto estremo. Al grido di "Geronimooo!!!" si lancia dalle mani di Ale, finendo sul pavimento. Attimi di suspence. Lo raccolgo, lo esamino… ha una crepa sul touch, ma è acceso. Un paio di tap sul display ed il danno si manifesta in tutta la sua orrida grandezza.

Il touch è irrimediabilmente andato. E' come se vivesse di vita propria, inservibile. Siamo in camera ed i segni dello squilibrio mentale iniziano a farsi evidenti anche su di me ma, mentre Ale estrae dello scatolame dalla nostra riserva di cibo, cerco l'assistenza più vicina per provare a curare il nostro navigatore. Subodoro che la cosa potrebbe non essere così scontata. Su Pskov, nonostante la città conti 210 mila abitanti, non ripongo grandi speranze, ma confido in S. Pietroburgo o, all'estremo, a Mosca, entrambe di strada per noi. La cosa si rivelerà una chimera.

Una rapida ricerca su Internet ed è chiaro come l'azienda olandese abbia aderito alle restrizioni e non sia più presente in tutta la federazione. Da adesso in poi dovremo utilizzare esclusivamente lo smartphone come navigatore all'interno del portacellulare Givi, perché non potremo far riparare il Tomtom, se non una volta rientrati in Italia (e siamo ancora senza SIM). La giornata e le prime ore in Russia si chiudono quindi letteralmente con il botto ma, cosa più importante, siamo nel territorio della Federazione. L'avventura si può dire che inizia da qui e, dal prossimo episodio arriveranno le foto e ce ne sarà una marea, promesso. 😉

Gli episodi precedenti:

Il prossimo episodio:

 

I nostri compagni di viaggio

Abbigliamento: Spidi

Antipioggia: Scott e Tucano Urbano

Bauletto: Kappa

Borsa serbatoio: SW-Motech

Caschi: Caberg e HJC

Guanti: Alpinestars, Held, IXS e Spidi

Portacellulare: Givi

Prodotti manutenzione moto: WD 40

Stivali: Held e TCX

Underwear: SIXS

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